Ricordo ma non dimentico
Negli ultimi 100 anni si è ritenuto che l’interferenza tra i ricordi si sviluppa perché il cervello non ha la capacità necessaria per contenere i processi di memorizzazione in rapida successione. Una nuova ricerca ha smentito questa opinione.
“Più so e più dimentico”. Quanto è grande la capacità di memorizzazione del nostro cervello? Molte volte ci sembra che, per lasciare spazio a nuove informazioni, la nostra mente abbia dovuto cancellare qualche vecchio ricordo, ma funziona davvero così?
Uno studio condotto dai ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) ha dimostrato che, interrompendo determinate aree cerebrali attraverso la stimolazione magnetica transcranica (TMS), è possibile preservare la memoria e prevenire il dimenticare. I risultati sono stati pubblicati on-line lo scorso 26 giugno su Nature Neuroscience.
Il team di ricerca ha studiato un gruppo di 120 studenti in età universitaria che ha effettuato, contemporaneamente, due test di memoria. Al primo è stato affidato un compito di memorizzazione di tipo motoria, al secondo un compito di memoria dichiarativa in cui i partecipanti hanno memorizzato una serie di parole. (La metà del gruppo ha eseguito i compiti in questo ordine, mentre un secondo gruppo appreso questi stessi due compiti in ordine inverso.) I soggetti hanno condotto questi esercizi back-to-back al mattino e, dopo 12 ore, è stato chiesto loro di ri-eseguire le prove. Come previsto, il loro richiamo sia per l’elenco di parole sia per l’attività motoria era diminuita. Nella seconda parte dello studio, è stata effettuata la TMS dopo il test iniziale. La TMS è una tecnica non invasiva che utilizza un simulatore magnetico per generare un campo magnetico in grado di creare un flusso di corrente nel cervello. Visto che le cellule del cervello comunicano attraverso un processo di segnali elettrici e chimici, applicando una lieve corrente elettrica al cervello è possibile influenzare i segnali. In questo caso, i ricercatori hanno mirato due regioni specifiche del cervello, la corteccia prefrontale dorsolaterale e la corteccia motoria primaria, scoprendo che l’applicazione di TMS ad aree specifiche del cervello, è in grado di ridurre l’interferenza e la concorrenza tra la memorizzazione delle attività motorie e quella della lista di parole, facendo rimanere così le due memorie intatte. “Questo studio fornisce nuove informazioni sul modo in cui il nostro cervello fa fronte alla sfida di apprendimento tra competenze multiple”, spiega Alvaro Pascual-Leone, Direttore del Berenson-Allen Center for Brain Stimulation, “Strutture cerebrali specifiche sembrano bilanciare attentamente quanto ricordiamo e quanto dimentichiamo. L’apprendimento e il ricordo sono processi dinamici e il nostro cervello dedica molte risorse per riuscire a mantenere il processo flessibile. Grazie ad una migliore comprensione di questo processo, potremmo essere in grado di trovare nuovi approcci per aiutare a migliorare l’apprendimento e il trattamento di pazienti con problemi di memoria e difficoltà di apprendimento.”
Fonte: http://www.eurekalert.org/pub_releases/2011-07/bidm-sdh070811.php
UNA PROTESI PER RIPRISTINARE LA MEMORIA PERDUTA
Accendere e spegnare la memoria è possibile. Un gruppo di ricercatori della California ha sviluppato un sistema elettronico che duplica il segnale neurale associato alla memoria.
L’interruttore della memoria esiste o, perlomeno, può essere creato. Un gruppo di ricercatori della Viterbi School of Engineering della University of Southern California (USC) sono riusciti a replicare nei ratti la funzione cerebrale associata ad un comportamento appreso a lungo termine, anche quando i topi erano stati farmacologicamente indotti a dimenticare. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Neural Engineering e si è basato sui recenti progressi nella comprensione della zona del cervello nota come ippocampo e il suo ruolo nell’apprendimento.
In un lavoro precedente è stato dimostrato che durante il processo di apprendimento, l’ippocampo converte la memoria a breve termine in memoria a lungo termine. Nella nuova ricerca, gli stessi ricercatori hanno fatto imparare un lavoro ai ratti, attraverso il meccanismo della ricompensa. Utilizzando sonde elettriche collegate, il gruppo di ricerca sperimentale, guidato da Sam A. Deadwyler del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia della Wake Forest, ha registrato i cambiamenti nell’attività cerebrale dei topi nelle due principali parti interne dell’ippocampo, note come sub-regioni CA1 e CA3. Lo studio precedente aveva già mostrato che le aree CA1 e CA3 interagiscono per creare memoria a lungo termine. Gli sperimentatori hanno, dunque, bloccato le normali interazioni neurali tra le due aree con agenti farmacologici: da quel momento i ratti precedentemente addestrati non hanno più evidenziato il comportamento appreso.
Utilizzando un modello creato dal gruppo di ricerca sulle protesi guidato da Theodore Berger, direttore del Centro Neural Engineering dell’USC, il team ha poi proseguito sviluppando un sistema artificiale dell’ippocampo che potrebbe duplicare il modello di interazione tra CA1 e CA3. La capacità di memoria a lungo termine è stata ripristinata, nei ratti bloccati farmacologicamente, quando è stato attivato il dispositivo elettronico programmato per duplicare la funzione di codifica della memoria. Inoltre, i ricercatori hanno continuato dimostrando che se un dispositivo protesico e i suoi elettrodi associati sono impiantati in animali con un funzionamento normale dell’ippocampo, il dispositivo potrebbe effettivamente rafforzare la memoria che è generata internamente nel cervello e migliorare la capacità di memoria dei topi normali.
I prossimi passi, secondo Berger e Deadwyler, saranno i tentativi di riprodurre i risultati dei topi sulle scimmie, con l’obiettivo di creare finalmente delle protesi che possano aiutare le vittime umane di Alzheimer, ictus o lesioni a recuperare la funzionalità cognitiva. Oltre a Deadwyler e Berger, altri autori sono Vasilis Z. Marmarelis, professore di ricerca in ingegneria biomedica del USC Viterbi, l’assistente di ricerca Song Dong, Robert E. Hampson, professore associato della Wake Forest e la laureata post-dottorato Anushka Goonawardena.
A conclusione dello studio, Berger ha dichiarato: “Questi studi integrati di modellazione sperimentale mostrano, per la prima volta, che, con informazioni sufficienti circa la codifica neurale della memoria, una protesi neurale in grado di identificare e manipolare in tempo reale il processo di codifica può ripristinare e anche migliorare i processi mnemonici cognitivi”
Fonti:
http://iopscience.iop.org/1741-2552/8/4/046017
http://neurosciencenews.com/restoring-memory-repairing-damaged-brains-artificial-hippocampus-dr-berger-usc/
SE L’AMIGDALA CONTROLLA IL SENSO DI GIUSTIZIA
Il cervello umano reagisce ai comportamenti sleali con una immediata reazione emotiva; dalla Svezia uno studio che ha analizzato un comportamento umano molto diffuso: la reazione istintiva di fronte al comportamento sleale
Il senso di giustizia del nostro cervello è perfettamente riconoscibile da un’attività cerebrale misurabile attraverso risonanza magnetica funzionale (fMRI). Uno studio condotto dal Karolinska Institute e dalla School of Economics di Stoccolma ha rivelato l’esistenza di meccanismi cerebrali che si attivano in risposta a comportamenti sleali. I partecipanti alla ricerca sono stati sottoposti ad un gioco di onestà monetaria a due giocatori (Ultimatum Game); tramite fMRI, è stato osservato che, se un giocatore proponeva di dividere una cifra di denaro in modo scorretto, nel suo partner si registrava un’attività di punizione (rifiuto dell’offerta) nei confronti della slealtà. La reazione in questione coinvolge l’amigdala, una zona remota del nostro cervello responsabile dei meccanismi di ricompensa e punizione.
I 35 partecipanti all’esperimento hanno preso parte ad un gioco a coppie, in cui uno dei due giocatori aveva il compito di amministrare una certa somma di denaro, proponendo al suo compagno un modo (più o meno equo) per dividere i soldi. Il secondo partecipante, a sua volta, poteva decidere se accettare l’offerta o rifiutarla, facendo perdere ad entrambi l’intero bottino. Nel caso in cui la proposta di divisione della somma era un “fifty-fifty”, tutti i partecipanti hanno accettato, considerando la spartizione equa, quindi onesta e leale. Quando invece è stato suggerito di dividere il bottino in parti diseguali (ad esempio 80 e 20 su 100) quasi la metà dei giocatori che avrebbero ricevuto la parte minore hanno rifiutato, rinunciando alla somma offerta.
La letteratura scientifica riguardante questi aspetti del decision-making, aveva supposto, fino a questo momento, che l’area di controllo delle decisioni economiche fosse concentrata nella corteccia prefrontale e nell’insula. La fMRI usata in questo studio ha dimostrato, invece, che le decisioni finanziarie, perlomeno quelle più istintive ed immediate, sono controllate dall’amigdala. Per verificare l’esattezza dell’ipotesi scaturita dopo le analisi di imaging funzionale, ad alcuni partecipanti sono stati somministrati dei tranquillanti contro l’ansia per inibire l’attività dell’amigdala, ad altri invece è stato somministrato un semplice placebo.
Coloro che avevano preso il tranquillante, mostravano una sensibile diminuzione dell’attività dell’amigdala e, quindi, una maggiore predisposizione ad accettare la distribuzione non equa del denaro (anche se continuavano a considerare sleale questo tipo di comportamento). Il gruppo di controllo, invece, mostrava una predisposizione a reagire in modo più aggressivo nei confronti del giocatore che proponeva la slealtà.
In quest’ultimo gruppo si è notata anche una differenza di genere nella reazione, gli uomini hanno mostrato più aggressività rispetto alle donne; cosa che non si è verificata nel primo gruppo.
Per chiarire meglio il senso della ricerca, abbiamo fatto qualche domanda a Katarina Gospic, autrice dell’articolo e ricercatrice del Karolinska Institute.
Dottoressa Gospic, dal vostro studio è emerso che le decisioni finanziarie, perlomeno quelle immediate, sono controllate dall’amigdala. Essendo questa una parte del cervello primitiva e responsabile delle emozioni più remote (rabbia, paura, ecc.), è possibile affermare che le decisioni economiche non sono così razionali come si credeva?
Il termine razionalità potrebbe essere considerato sotto diversi aspetti. Secondo gli economisti, le decisioni più razionali sono sempre quelle di massimizzare il pay-off (la quantità di denaro). Quindi, secondo la teoria economica, considerando questi dati, noi non siamo razionali.
Da un punto di vista biologico, invece, è plausibile che razionalità sia quella scelta di un comportamento che aumenta le possibilità di sopravvivenza. In questo senso il respingere le proposte scorrette potrebbe essere considerato razionale, altrimenti non si spiega come questo comportamento avrebbe potuto sopravviere all’evoluzione se non fosse stato per il nostro bene.
È possibile parlare di una “razionalità emotiva”?
Io non la chiamerei razionalità emotiva, piuttosto razionalità biologica. Ma questa è ancora una questione aperta
Nello studio sono emerse alcune differenze di genere, esiste una spiegazione fisiologica a questo?
Non sappiamo perché ci siano differenze di genere (i maschi rispondono con una risposta dell’amigdala più intensa rispetto alle femmine). In ogni caso, gli ormoni sessuali possono interagire in modo diverso con l’attività neurale ma non ci sono differenze anatomiche nelle dimensioni dell’amigdala tra maschi e femmine. Tuttavia queste sono solo differenze speculative, non ho una risposta chiara alla sua domanda.
Un’importante conclusione del vostro lavoro è che l’uso di certe sostanze può influenzare i processi decisionali quotidiani. Lei crede che sia necessaria una riflessione etica in merito? Fino a che punto questo può considerarsi un “rischio”?
Credo che sia importante, per la società ed i pazienti, sapere come il processo decisionale sia influenzato dall’uso quotidiano di farmaci. Sì, penso che sia qualcosa di cui si dovrebbe discutere, dal momento che riguarda una delle funzioni-base della natura umana che influenza l’autonomia stessa delle persone. In questo studio, si mostra che l’uso di Oxazepam (un farmaco che riduce lo stato di ansia) incrementa la massimizzazione del pay off. Tuttavia, ci sono altre ricerche che mostrano un impatto più drastico sul comportamento di scelta che in realtà può avere conseguenze negative per i pazienti. Alcuni studi effettuati in pazienti con morbo di Parkinson dimostrano che il trattamento con L-DOPA (un profarmaco della dopamina utilizzato nel trattamento del Parkinson) li rende molto impulsivi e ci sono segnalazioni di casi di pazienti che decidono di rischiare tutto (sia in termini di denaro che di lavoro). Se dovessi essere un paziente mi piacerebbe avere questo tipo di informazioni.
Fonti:
http://ki.se/ki/jsp/polopoly.jsp?l=en&d=130&a=121484&newsdep=130
http://www.plosbiology.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pbio.1001054
http://www.plosbiology.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pbio.1001063
LA STELE DI ROSETTA DELLE ONDE CEREBRALI
Le onde cerebrali funzionano come canali tematici: ad ogni frequenza corrisponde un certo tipo di informazione, che poi può essere codificata simultaneamente ad altre informazioni attraverso un processo chiamato multiplexing. Un articolo pubblicato su PLoS Biology racconta questa scoperta.
FINCHÉ C’É DIALOGO, C’É COSCIENZA
Lo stato di coscienza dipende dalla capacità delle diverse aree cerebrali di influenzarsi reciprocamente e dinamicamente, lo ha dimostrato uno studio comparativo su pazienti in stato di coscienza minima e pazienti in stato vegetativo. Il lavoro, pubblicato su Science, è stato condotto in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, il Coma Science Group dell’Università di Liegi e l’University College of London.
Attraverso elettroencefalogramma ad alta densità e stimolazione acustica, si è scoperta la differenza di reazione ad uno stimolo sensoriale esterno in due categorie di pazienti: quelli in stato vegetativo e coloro che si trovano in uno stato di coscienza minima (affetti da gravissime lesioni cerebrali ma ancora in grado di manifestare in modo sporadico e incostante la presenza di un qualche livello di coscienza). Come accade nei soggetti sani, anche nei pazienti in stato di coscienza minimale uno stimolo sensoriale rilevante (come un tono acustico diverso nel contesto di una sequenza di toni omogenei) genera, inizialmente, un’onda di attivazione neurale (d
al basso verso l’alto, dalle aree corticali sensoriali primarie del lobo temporale verso le aree associative frontali) e poi un’onda in direzione opposta (top-down). Invece, nei pazienti in stato vegetativo, questa seconda onda di rientro (dalle aree frontali associative a quelle sensoriali) manca completamente.
Si conferma, così, l’ipotesi che la coscienza possa dipendere dallo svolgersi di un dialogo continuo e bidirezionale tra le aree corticali primarie e quelle associative.
Fonti:
QUANDO LE MODE DANNEGGIANO I NEURONI: IL BINGE DRINKING
Le sbornie adolescenziali possono avere ripercussioni sulle capacità di apprendimento e sui comportamenti in età adulta, lo dimostra uno studio americano.
Il Binge Drinking, letteralmente “bere fino allo stordimento”, è un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti; negli Stati Uniti il 44% degli studenti del college ha dichiarato di fare abuso di alcol almeno una volta ogni due settimane e il 19% di essi lo fa addirittura 3 volte a settimana. In Italia la situazione non migliora: il 75% degli italiani consuma alcol, il 7% dei giovani dichiara di ubriacarsi almeno tre volte alla settimana ed è in costante crescita il numero di adolescenti che consuma alcol fuori dai pasti. 
L’università del North Carolina ha recentemente pubblicato uno studio che dimostra come l’abuso di questa sostanza, in particolare in età giovanile, possa procurare danni allo sviluppo cerebrale provocando disturbi comportamentali e deficit di apprendimento in età adulta. La ricerca è comparsa sul numero di aprile della rivista Alcoholism: Clinical and Experimental Research.
Il periodo adolescenziale è un momento critico per lo sviluppo cerebrale: la crescita della corteccia, la cosiddetta materia grigia, raggiunge il suo picco proprio tra i 12 e i 20 anni di età; è proprio in questo periodo che il cervello “si modella” stabilendo le connessioni neuronali che permetteranno all’organismo di adattarsi alle esigenze di vita durante l’età adulta. “E ‘anche un momento in cui i circuiti di sviluppo neurale del cervello sono più sensibili alla rottura”, ha detto Fulton Crews, professore di farmacologia e direttore del Centro Bowles per gli studi sull’alcol presso l’Università del North Carolina.
Per osservare come il fenomeno del binge drinking alteri la struttura cerebrale, gli studiosi americani hanno condotto degli esperimenti su ratti da laboratorio. Le analisi effettuate si sono concentrate sullo studio genetico di alcuni neurotrasmettitori specifici, su test comportamentali e sull’analisi post mortem tramite Risonanza Magnetica delle strutture cerebrali. Le cavie sono state divise in due gruppi: un gruppo di controllo e un gruppo sperimentale. Nel primo, i topini in età adolescenziale (tra i 28 e i 37 giorni postnatali) sono stati trattati con acqua, nel secondo invece stati trattati con etanolo, continuando a controllarli fino all’età adulta (tra 60 e 88 giorni). Si è visto che ratti di 38 giorni, 24 ore dopo un episodio di binge drinking, hanno una riduzione della neurotrasmissione di acetilcolina e dopamina (rispettivamente sistema colinergico e dopaminergico). Le cavie del gruppo sperimentale hanno mostrato una riduzione dell’espressione genica del 73% rispetto al gruppo di controllo, gli stessi topini hanno dimostrato un deficit di apprendimento che è stato messo in relazione con la riduzione del volume del bulbo olfattivo e la ridotta densità di neuroni acetilcolinergici nel cervello anteriore, evidenziati dalla RM.
“I nostri risultati suggeriscono che persone che bevono pesantemente durante l’adolescenza possono avere più probabilità di mostrare deficit nella capacità di adattarsi con successo a nuove situazioni nella vita adulta, il che è forse collegato ad agenti chimici e/o cambiamenti strutturali nella corteccia frontale. Questa è la parte del cervello che ci permette di prevedere le conseguenze delle nostre azioni, controllare i nostri impulsi, affinare i nostri ragionamenti, e valutare le ricompense a lungo e breve termine” sostiene il professor Crews. Inoltre, lo stesso scienziato fa notare come al giorno d’oggi le battaglie contro l’abuso di alcol si fondino solo sugli effetti immediati che questa sostanza ha sull’organismo (rischi alla guida, comportamenti inappropriati ecc.), senza mai far cenno alle conseguenze a lungo termine e quindi all’eventualità di diventare “meno intelligente, lunatico o troppo impulsivo”.

per approfondire:
Il brain imaging nella valutazione dei danni cerebrali dovuti all’alcol
risonanza magnetica (MRI) e visualizzazione del tensore di diffusione (DTI)
Queste due tecniche vengono usate insieme per valutare lo stato del cervello di pazienti che interrompono l’assunzione cronica di alcol per monitorare l’eventualità di possibili ricadute. Attraverso la MRI, si può riuscire a determinare in che modo memoria e attenzione migliorino con dopo lunghi periodi di astinenza e quali cambiamenti si verificano quando un paziente riprende a bere nuovamente. È possibile così determinare gli effetti alcol-indotti che sono permanenti sul cervello e quelli che possono essere annullati con l’astinenza.
L’immagine mostra una RM encefalica, a destra si vede un cervello danneggiato. Le parti nere indicano le zone in cui il cervello è totalmente inattivo, le sezioni attive che funzionano ancora sono colorate di blu, ma si nota una generale diminuzione di luminosità: la funzionalità dei neuroni risulta compromessa.
tomografia ad emissione di positroni (PET)
La visualizzazione con la PET consente di analizzare gli effetti dell’alcol sui vari sistemi di comunicazione delle cellule nervose, sul metabolismo delle cellule cerebrali e sul flusso sanguigno all’interno del cervello. Grazie a questa tecnica si sono evidenziati dei deficit nelle persone affette da alcolismo, particolarmente nei lobi frontali, responsabili delle numerose funzioni associate all’apprendimento e alla memoria, e nel cervelletto, che controlla il movimento e la coordinazione. Attraverso la PET è possibile monitorare gli effetti del trattamento dell’alcolismo e l’astinenza su parti danneggiate del cervello, questi dati possono essere preziosi per lo sviluppo di nuovi farmaci finalizzati a correggere i deficit chimici riscontrati nel cervello delle persone alcoldipendenti.
Elettroencefalografia (EEG)
L’EEG permette di visualizzare dei pattern di attività elettrica cerebrale con delle differenze caratteristiche nei soggetti affetti da dipendenza da alcol rispetto a soggetti “sani”, differenze che riguardano soprattutto alcune varianti geniche che codificano per siti di legame a livello di membrana cellulare di neurotrasmettitori inibitori (come ad esempio l’acido gamma-aminobutirrico) che aumentano la vulnerabilità all’alcolismo.
fonti:
Adolescent Binge Drinking Alters Adult Brain Neurotransmitter Gene Expression, Behavior, Brain Regional Volumes, and Neurochemistry in Mice Alcoholism: Clinical and Experimental Research Vol. 35, No. 4, 2011: pp 671–688
http://www.droganews.it/news/866/Binge_drinking%2C_la_nuova_moda_dei_giovani_danneggi.html
http://www.news-medical.net/news/20110405/15479/Italian.aspx
http://alcol.dronet.org/neuro/cervello.html
http://genetica.dronet.org/genetixaddix.html
http://www.indiceistat.it/indice-istat-tabelle-alcol-popolazione-italiana/
http://www.alcol.info/alcolismo-statistiche.htm
Debutta online Brain Connectivity
Ha debuttato on line Brain Connectivity, una nuova rivista di neuroscienze destinata a diventare la principale fonte di avanguardia della ricerca clinica e di base, contribuendo ad una migliore comprensione di come sono organizzate le connessioni strutturali e funzionali del cervello .
Si tratta di una rivista bimestrale che permetterà una diffusione più rapida degli articoli e delle scoperte più interessanti in campo neuroscientifico. In effetti, ogni articolo verrà pubblicato Istant Online nel giro di 72 ore dall’accettazione.
Il debutto è partito con la pubblicazione di quattro articoli online, la versione completa e integrale sarà pubblicata ai primi di maggio. (www.liebertpub.com/brain)

Immagini del cervello realizzate nel Blue Brain Project, musica di Ludovico Einaudi, montaggio di Viviana Saraceni.
Svelata la potente capacità visiva dell’autismo
I ricercatori del Centre for Excellence in Development Pervasive Disorders dell’Università di Montreal (CETEDUM) hanno verificato che le persone affette da autismo concentrano maggiori risorse cerebrali nelle aree associate alla rilevazione visiva e identificazione e, quindi, hanno meno attività nelle aree utilizzate per pianificare e controllare i pensieri e le azioni. Questo potrebbe spiegare le loro capacità eccezionali nei compiti visivi. I risultati di questo studio sono stati pubblicati su Human Brain Mapping oggi, 4 aprile 2011.
Il team di studiosi canadesi ha raccolto, per 15 anni, dati che riguardano il funzionamento del cervello autistico quando si interpretano i volti, oggetti e parole scritte, per cercare di capire perché gli individui autistici hanno forte capacità in termini di elaborazione delle informazioni visive. I dati provengono da 26 studi indipendenti di brain imaging che hanno coinvolto un totale di 357 e 370 tra individui autistici e non autistici. Il primo autore della ricerca, Fabienne Samson, ha spiegato: “Grazie a questa meta-analisi, abbiamo potuto osservare che i soggetti autistici mostrano maggiore attività nelle regioni temporali e occipitali e meno attività nella corteccia frontale, rispetto ai non autistici. Le regioni temporali e occipitali considerate sono tipicamente coinvolte nel percepire e riconoscere strutture ed oggetti . Le aree frontali evidenziate adempiono a funzioni cognitive superiori, quali il processo decisionale, il controllo cognitivo, la pianificazione e la realizzazione”.
I risultati attuali indicano una generale riorganizzazione funzionale del cervello a favore dei processi di percezione, quelli attraverso cui le informazioni vengono registrate nel cervello. Questo permette agli individui autistici di svolgere con successo, sia pure a modo loro, i compiti cognitivi di livello superiore che di solito richiedono un forte coinvolgimento delle aree frontali in soggetti sani.
Nonostante le analisi di brain imaging siano state ottenute da stimoli visivi provenienti da ogni parte del mondo, i risultati sono così forti da poter trascurare la variabilità tra i piani di ricerca, i campioni e le mansioni.
Laurent Mottron, direttore della ricerca, ha dichiarato: “Il maggiore impegno da parte del sistema visivo, qualunque sia l’attività, rappresenta la prima conferma fisiologica, in queste persone, che l’elaborazione percettiva è una caratteristica fondamentale dell’organizzazione neurale.”
Questa scoperta dimostra che il cervello autistico si adatta con successo, riassegnando le aree del cervello alla percezione visiva, e offre molte nuove linee di indagine per quanto riguarda la plasticità del cervello per lo sviluppo e l’esperienza visiva negli autistici.

Fonte: http://www.eurekalert.org/pub_releases/2011-04/uom-nre032811.php




